Francobollo è bello

Nei secoli passati chi commissionava il proprio ritratto a un pittore spesso chiedeva di apparire con la lettera in mano o posata sul tavolino: un segno visivo del proprio carattere e/o di posizione sociale elevata.

Van Dyck, il cardinale Bentivoglio (1623)Mostrarsi al pubblico era un affar serio. Per lo più i dipinti lasciavano leggere quella parte di missiva che oggi intriga i cultori di storia postale: la soprascritta con l’indirizzo del destinatario, vale a dire la sezione destinata a trasformarsi in busta.
In genere sui ritratti la lettera aveva funzioni di accessorio, ma non mancano tele in cui essa risulta elemento centrale della comunicazione visiva.

Nel 2004 la National Gallery di Dublino ha organizzato una mostra di dipinti sul tema della lettera d’amore. Una sorta di incursione voyeuristica nelle segrete stanze della borghesia del XVII secolo, orgogliosa di mostrarsi a proprio agio con il medium postale. Per l’occasione è stato pubblicato Love letters Dutch genre painting in the age of Wermeer, un catalogo importante che i cultori di storia postale non devono lasciarsi sfuggire. E anche gli appassionati di filatelia tematica.

Già il celebre libro di Svetlana Alpers, Arte del descrivere Scienza e pittura nel Seicento olandese (Boringhieri 1983) consacra un paragrafo (nel capitolo “Parole da guardare”) alla lettera come motivo pittorico, con precisi richiami “alla funzione sociale e al prestigio proprio della lettera quale risulta da svariate fonti dell’epoca”.

La presenza di missive nella cosiddetta pittura di genere e la circostanza che l’epistolografia (cioè la storia postale) attiri gli storici dell’arte si spiegano col fatto che quelle lettere apparivano come oggetti visivi. A ciò contribuivano sia l’aspetto della lettera-plico — vale a dire il confezionamento da viaggio — che la forma del testo impressa sul foglio.

Proprio le forme assunte dal messaggio sul supporto cartaceo — il cosiddetto paratesto — costituiscono uno scrigno di conoscenze postali.

Finora la cultura ufficiale ha prestato scarsa attenzione a tali elementi, solo in apparenza minori dal momento che essi (tra l’altro) marcavano le distanze sociali. Per comprendere in che modo i nostri antenati si rivolgevano ai loro genitori, ad esempio, basta aprire le lettere. In questo senso un testo classico di sociologia come Sotto lo stesso tetto Mutamenti nella famiglia in Italia dal XV al XX secolo di Marzio Barbagli (Il Mulino 1985), incentrato sui termini di indirizzo ricavati dai carteggi, si trasforma in prezioso sussidio di storia postale.

Esistono differenze notevoli tra l’oggetto-lettera — per sua natura fortemente strutturato — e il pezzo di carta che ne ha costituito il materiale supporto (comunque meritevole di attenzione). Guarda a tali elementi una branca del sapere relativamente giovane, in crescita, nata nelle università anglosassoni e nota come Visual Studies

La cosa più esaltante negli studi visuali è scoprire che essi giudicano oggetto degno di attenzione scientifica il francobollo, collocandolo al centro dell’immaginario postale. E a chi brucia ancora la poca considerazione goduta dalla filatelia in ambienti accademici, il cambio di registro fa immenso piacere, anche perché intendere il francobollo come segno visivo — cioè come qualcosa il cui significato non sta solo nell’immagine in sé — apre grandi prospettive.

Si resta come abbagliati di fronte al bellissimo libro di David Scott, European Stamp Design A Semiotic Approach to Designing Messages (Londra 1995) o al numero speciale della rivista canadese Protée dedicato a Sémiologie et herméneutique du timbre-poste.

Il carattere stesso delle antiche lettere — quel loro inglobare parole, immagini, tecnica, lingua, gesti, scrittura (e altro) — si adatta perfettamente a studi molto seri come sono quelli che si fregiano dell’etichetta Word and Image.

I Visual Studies dimostrano come siano fragili le ragioni dell’ostracismo presente in chi colleziona storia postale (tra quanti seguono i protocolli internazionali di marca FIP) nei confronti del francobollo ‘nuovo’, cioè inteso come immagine in sé. A questa prima lezione ne tiene dietro un'altra: quella dei francobolli come simbolo centrale del sapere postale contemporaneo. E qui davanti ai nostri occhi è come se si sbriciolasse il tradizionale dualismo fra storia postale-filatelia classica e filatelia tematica, per cui soltanto a quest’ultima era concesso di poter fare filosofia delle immagini.

Occorre rifondarlo un sapere comunque più globale. Elias Canetti, premio Nobel per la letteratura, ha dedicato pagine intense al valore pedagogico della filatelia a cavallo del 1900, mentre un altro premio Nobel, Rudyard Kipling, insegnava per lettera all’adorato figlio (1908) i modi giusti di avvicinarci alla filatelia.

Certo quest’ultima ha goduto di scarsa stima fra i custodi del sapere. Con un’eccezione significativa. Nei suoi Scritti il filosofo Walter Benjamin, una delle menti più lucide del XX secolo, al collezionismo (anche di cartoline) e alla filatelia in particolare ha dedicato aperture empatiche e passaggi (dal tema delle truffe filateliche alla teoria del traffico postale) che costituiscono basi di partenza in percorsi di alta cultura.

“A chi scorre vecchi pacchi di lettere, spesso un francobollo da tempo fuori corso su una busta smangiata dice di più che una dozzina di pagine lette da capo a fondo”.
“Gli album per i francobolli sono enciclopedie magiche”.
“I francobolli sono i biglietti da visita che i grandi stati presentano nella stanza dei bambini”.
“Ci sono si sa, collezionisti che s’interessano solo di francobolli timbrati, e si è quasi tentati di credere che siano i soli ad aver penetrato il mistero. Costoro si tengono alla parte occulta del francobollo: al timbro. Perché il timbro ne è il lato notturno”.

Clima decisamente esoterico. Lo stesso Aby Warburg — fondatore della moderna iconologia — comprese lo spessore nascosto dei francobolli, le cui immagini ricolloca nel millenario volteggiare di simboli e significati.

Con maestri tanto autorevoli dietro le spalle, davanti a noi si aprono scenari inattesi, strade nuove non sempre comode e forse anche difficili per molti cresciuti nella pigrizia mentale. Eppure qui sta la vera sfida del XXI secolo (anche per affrontare le novità tecnologiche destabilizzanti): confrontarsi con un’inquietante profezia dello stesso Walter Benjamin circa i destini della filatelia ‘tradizionale’ perché “essa non durerà oltre il ventesimo [secolo]”.
[C. F.]

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