Storia Postale: qui è la festa

La storia postale o Postgeschichte nasce in Germania nella seconda metà del XIX secolo (staccandosi dal filone della trattatistica giuridica) allo scopo di nutrire le radici del monopolio governativo, matrice delle grandi amministrazioni nazionali. Queste ultime si autolegittimavano agli occhi dell’opinione pubblica colta insistendo sulla loro (presunta) continuità storica risalente all'età antica. Allora alitò anche il venticello del romanticismo postale, mosso dalla nostalgia per il buon tempo antico popolato di eleganti postiglioni in diligenza.

Nel ventennio a cavallo dell’anno 1900 quella storia toccò l’apice. Ciò che non le riuscì fu il salto di qualità a livelli di disciplina accademica. La storia postale rimarrà circoscritta ad ambiti privati, una sorta di memoria aziendale palestra per dotti funzionari in quiescenza.

A partire dagli anni ‘30 del XX secolo l’istanza storico postale attecchì tra i collezionisti filatelici, attirati dagli elementi di contorno al francobollo (annullamenti, usi postali, diciture su busta) e dalle cosiddette lettere prefilateliche, spedite prima dell’introduzione del francobollo (Inghilterra 1840).

Quei semi hanno germogliato e gli anni a cavallo del 2000 si presentano caratterizzati da un notevole fenomeno antiquariale, molto più raffinato del precedente, che punta alla lettera nell’intero arco temporale (dal tardo Medioevo) esaminandone gli aspetti estrinseci ed intrinseci.

Il rischio attuale è comunque sempre lo stesso di un secolo fa: quello di veder esaurire tanto fervore a livelli di mera erudizione. Ciò che oggi può fare la differenza è Internet, vale a dire gli effetti di una rivoluzione tecnologica in grado (tra l’altro) di scardinare i modelli ottocenteschi della postalettere.

Per tale motivo a cavallo del 2000 i temi della posta (in primis cosa fare delle amministrazioni nazionali e dei loro monopoli) si riaffacciano nel dibattito politico, riflettendosi in filoni di editoria neopostale esemplificata dai saggi Usa di Michael A. Crew o nel volume di Robert Campbell, The Politics of Postal Transformation Modernizing Postal Systems in the Electronic and Global World (Montreal 2002). Anche studiosi accademici italiani si confrontano su questo tema.

Inoltre grazie ad Internet (e alle forme più recenti di uso della telefonia mobile) riacquista centralità sociale il messaggio scritto interpersonale — forma di comunicazione tipicamente ‘postale’ — relegato in un’angolo fino a pochissimi anni fa sotto gli assalti congiunti delle forme orali (telefono, radio, televisione).

Restava solo da capire se la Rete — scientificamente — sarebbe stata studiata in termini di cesura tecnica, oppure in quelli di continuità funzionale. Nel primo caso con il rischio di veder prevalere i modelli di storia dei media (di matrice sociologica) che facendo iniziare tutto dal telegrafo (e dalle tecnologie ottocentesche) trascurano i precedenti postali.

Fortunatamente il principio che la posta elettronica abbia radici più profonde sembra ormai insediato nei campus americani e da lì riverbera benefici effetti su tutta la storia postale.

Diversi esperti avevano immaginato come disciplina universitaria di riferimento per quest’ultima la storia economica, lusingati dalle indicazioni di alcuni maestri (Bloch, Braudel). Esaminando la produzione scientifica di quarant’anni si nota però come i saggi a tema (alcuni molto ben fatti) siano tutti eventi casuali, frutto più di una curiosità personale degli autori che non di condivisione da parte della comunità scientifica. Può ben darsi che tra vent’anni le cose non saranno più così, ma intanto a noi conviene guardare altrove. Tanto più che resta aperto il problema dell’oggetto-lettera, centrale nel nostro sapere (e ininfluente a storia economica).

Recensendo un libro di storia postale sull’Italia napoleonica Bernard Bray, maestro di storia della letteratura, ha esortato quanti fanno storia postale ad accostarsi a tale materia perché qui le nostre tematiche sono di casa. E’ ben vero, e tale invito va accolto con gratitudine sapendo che l’epistolografia — quella branca di storia della letteratura vicina al nostro sapere — studia le lettere in quanto testi e tradizionalmente li considerara un genere letterario, con la tendenza (magari inconscia) a svincolarli dalla materialità che un tempo li aveva caratterizzati.

Ciò penalizza la storia postale, che ora saluta con emozione la nascita di una ‘nuova’ epistolografia (influenzata anche da considerazioni filosofiche che evocano il principio postale di Jacques Derrida) più attenta alla materialità della comunicazione dopo aver compreso che era il servizio postale — coi suoi ritmi temporali, le sue reti, le regole forti — il medium in grado di condizionare stile di scrittura e altre scelte soggettive dei mittenti (in particolare nei secoli XVIII e XIX), oltreché dei destinatari.

In questa direzione convergono ormai numerosi studi, principalmente di area anglosassone (ma anche francese). Da noi prevale la cautela benché non manchino italianisti sensibili come Raffaele Morabito, autore di un bel libro: Lettere e letteratura Studi sull’epistolografia volgare in Italia (2001).

Già nel 1957 nel suo celebre manuale Le origini del romanzo borghese Ian Watt poneva tra le ragioni di tale fenomeno editoriale il “grande miglioramento delle poste” inglesi ai primi del XVIII secolo. Stupenda intuizione della quale hanno fatto tesoro giovani valenti studiosi, in un percorso di conoscenza scandito dai saggi di Mary Favret, Romantic correspondance Women, politics and the fiction of letters (Cambridge University Press 1993) e di William Merrill Decker, Letter Writing in America before Telecommunications (University of North Carolina Press 1998) fino al recente Epistolary spaces English letter writing from the foundation of the Post Office di James How (Ashton 2003).

Gli intrecci storiografici tra fenomeno di ricezione del modello postale nella prima età moderna (XVI secolo) e sviluppo della comunicazione a distanza, tra linguistica epistolare e testi shakeasperiani sono alla base di una pubblicazione citatissima: Shakespeare and Social Dialogue Dramatic Language and Elizabethan Letters di Lynne Magnusson (Cambridge University Press 1999) capace di rimettere in corsa il pionieristico Shakespeare and the Post Horses A new study of the Merry Wives of Windsor di J. Crofts (University of Bristol 1937).

Altro libro fascinoso (benché i dati storico postali non siano tutti corretti) è Relais Literature as an Epoch of the Postal System di Bernhard Siegert (trad. inglese Stanford University Press 1999) che si pone l’obiettivo di coniugare approccio sociologico, storico, filosofico, letterario, postale.

Alle strategie personali (e sociali) retrostanti scrittura e invio delle lettere lavora la sociolinguistica ‘postale’, disciplina che ascrive alla prima età moderna i modelli di conversazione epistolare ed i significati postali giunti fino a noi. Illuminante, benché di lettura non facile, il volume The Familiar Letter in Early Modern English A pragmatic approach di Susan Fitmaurice (John Benjamin 2002).

Attenzione però. Queste perle bibliografiche sono come i dispacci dei telegrafi antichi, che oltre ad essere rari avevano la caratteristica — per loro natura — di dire e non dire. Sempre a un primo avviso recato dal telegrafo dovevano tener dietro altri messaggi chiarificatori, inoltrati per più vie, perché solo in questo modo si completava la comunicazione.

Ben curioso. In contesti a comunicazioni complesse riaffiora, in filigrana, il valore del simbolo in testa al nostro sito: il corno di posta con la sordina di Pynchon. [C. F.]

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